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Incontriamo Alessandro Preziosi nell’elegante foyer del Teatro Manzoni, a Milano, dove ha appena finito di portare in scena “Van Gogh – L’odore assordante del bianco” di Stefano Massini, un testo coraggioso e un’interpretazione della creatività complesso di un artista tormentato.

Una passione quella del tetro, quando è cominciata?

«Festeggio adesso quasi i vent’anni sul palcoscenico , ho interpretato molti protagonisti Cristoforo Colombo, Cyrano di Bergerac, e adesso Van Gogh solo per citarni alcuni ma credimi, da piccolo non ci pensavo neanche. Mai avrei immaginato di salire sulla scena, proprio non ero interessato».

E quando l’ hai scoperto?

«Il primo ricordo è quando da piccolo, sotto il lettone dei miei genitori, guardavo gli spettacoli sul teatro mandati dalla Rai (Sipario n.d.r) soprattutto quelli del grande Edoardo. E’ un ricordo che mi fa piacere condividere, lo racconto spesso. Poi l’università, l’accademia dei Filodrammatici e mi sono accorto che mi veniva bene. Il teatro è la mia passione. Ho raggiunto la rande notorietà con un serial tanti anni fa (Elisa di Rivombrosa) e i ragazzi anzi i bambini che allora avevano circa 8 anni hanno imparato a conoscermi come eroe romantico e adesso vengono a teatro a con curiosità per vedere cosa succede».

Che cos’è per te il teatro?

«Il teatro è un delle poche forme d’arte che in un unico piano sequenza riesce a celebrare la vita. E’ inevitabile che tutto quello che fa parte dell’esperienza di attore entri nell’arte. Un po’ come la fede. In realtà lo spettacolo è un pretesto: come diceva qualcuno più importante di me “Io non vivo più per me stesso, ma per far vivere le cose”. Nello spettacolo Preziosi il protagonista, Van Gogh è colto in uno dei suoi momenti più difficili, quando visse la ‘prigionia’ rinchiuso nel manicomio di Saint Paul, dove gli era impedito di dipingere».

Come ti sei trovato nelle vesti di Van Gogh, uomo e artista?

«Van Gogh diceva: a me capita di rischiare la vita ogni volta per fare arte” recito a piedi nudi, accartocciato su me stesso, quasi crocefisso. Mi ritrovo sulle assi del palcoscenico a ripercorrere le compulsioni della follia con il mio corpo. Una contorsione necessaria per entrare a essere Vincent van Gogh, utilizzo il pretesto delle sue condizioni nel nosocomio per raccontare il processo creativo, cosa significa fare arte. Ed è questa la sfida che mi interessa, capire che per fare arte si rischia la vita, è valido per me anche oggi, nonostante la banalizzazione dell’arte».

Come ti sei preparato alla sfida?

«Con i corn flakes ( e ride) e certo ci vuole una gran preparazione  fisica! Mi sono preparato come faccio sempre, studiando!  Non conosco altro modo di affrontare le cose. Per farle bene bisogna approfondirle. Libri, biografie di Van Gogh e poi per la parte fisica  con pratiche di meditazione, le dinamiche dei 5 ritmi, portano ad approfondire il rapporto con il proprio corpo, staccandolo dalla mente. Ho provato anche a dipingere per capire meglio quello che stavo mettendo in scena:  cosa vuol dire abbattersi su una tela , sentire l’universo che ti schaccia per essere dipinto. E poi la preparazione più importante avviene quando salgo sul palcoscenico».

Come artista, ti senti un pò simile a Van Gogh?

«Io divento Van Gogh, parto dai riflessi che lui ha, chi mi conosce molto molto molto  bene dice “Ale non c’è più, si è tolto di mezzo”. Uso Van Gogh per diventare adulto, ad un certo punto l’artista deve smettere di giocare , il filo si spezza. Lasci l’infanzia e affronti un altro periodo della tua vita. In un certo senso tutti i personaggi mi hanno accompagnato in un periodo della mia vita, come riti di passaggio. Attraverso questo spettacolo spero di restituire quel frammento che manca alla realizzazione di un uomo. La crescita graduale del personaggio coincide con il passaggio dalla a-cromaticità del bianco e nero al colore».

E quindi adesso come è avvenuta la trasformazione?

«Ah, propio stanotte ho dormito male, ho sognato di avere una serie di cose bianche nella gola. Nella vita sono “leggero” ma in questa fase mi prendo molto sul serio. Mi piace il mio lavoro perchè in certe cose non puoi fare sconti se vuoi essere credibile. E poi non riesco a “fare il simpatico” per essere simpatici pubblicamente bisogna essere molto bravi, e di bravi ce n’è uno solo, Fiorello. Questo spettacolo è il percorso lavorativo più maturo , però tutti gli spettacoli che faccio sono un modo per “avvitare meglio la lampadina e fare una luce più nitida”. Si raggiunge la maturità fisiologica a 45 anni… ancora una risata.. eh si … poi dipende».

Ecco vedi, ci sei riuscito ad essere simpatico!

«Cosi il prossimo spettacolo che faccio sarà comico!»

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